Le parole che metti nel carrello

Noi italiani abbiamo un’infinita varietà di sfumature linguistiche quando parliamo di cibo. Una semplice costina di maiale può fregiarsi di almeno 5 nomi diversi, tutto dipende da chi la cucina: il napoletano la chiama “tracchiolella”, il milanese “puntina”, il romano “spuntatura”, il fiorentino “rosticciana”, il senese “costoleccio”. Lo stesso vale per la pasta, la verdura, il pesce, i dolci.
Questa abbondanza di vocaboli ce la portiamo dietro al supermercato, sulle nostre liste della spesa, che, come un GPS, sono in grado di far geolocalizzare in un attimo il loro autore. Tutto con una sola parola: leggi “ciaccino” (la schiacciata) e pensi a Siena.

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Ma non è solo questione di varianti regionali o dialettali: in un semplice elenco di cose da comprare, racchiuso in pochi centimetri di carta, c’è un apparato lessicale e stilistico da far gola a qualsiasi linguista. Peccato non averci pensato all’Università. La tesina di sociolinguistica l’avrei fatta su questo.

Abbreviazioni: il mio nome è fazz, fazz di carta

Spesso le scriviamo di corsa, una manica già dentro la giacca, un piede fuori dalla porta, pronti a schizzare in strada per andare a fare la spesa: ecco perché le nostre liste sono il regno delle abbreviazioni. Risparmiamo su quel che compriamo, ma risparmiamo anche sul tempo che impieghiamo a prendere nota di quel che ci serve. Il “parmigiano” diventa “parm”, il “detersivo” “det”, i panni da lavare “pan”, il “prosciutto cotto” “p. cotto”, i “fazzoletti” “fazz” o addirittura “fa”, con la marca specificata di fianco per orientarci nella scelta (o forse per aiutarci a decifrare quel monosillabo quando, una volta arrivati al supermercato, sarà diventato incomprensibile).

 

Numeri: 1 melanzana e 1 broccolo… e che non costino più di 2 euro

Di solito una lista della spesa è un elenco di cose da comprare. Ma c’è chi ci scrive anche QUANTE UNITA’ comprarne. 1 melanzana, 1 broccolo, 1 busta di insalata, 3 kg di gelato, 1 kg di cetrioli. Non sia mai che le scorte finiscano prima del rifornimento successivo o che si porti a casa più del necessario, col rischio di dover buttare ciò che non si riesce a consumare. In molti casi, però, i numeri che riempiono le nostre liste sono prezzi: promemoria di offerte da non lasciarci sfuggire, tetti massimi di spesa che mettiamo nero su bianco per non avere la tentazione di sforare il nostro budget. Scripta manent: le parole (e i numeri) pesano molto di più se le scriviamo, e questo vale anche quando ad accoglierle è un pezzo di carta minuscolo che butteremo, abbandoneremo nel carrello o dimenticheremo in fondo a una borsa.

 

Simboli: quel “+” che ti ricorda di spendere meno

Sulle nostre liste delle spesa abbondano anche i simboli: trattini, segni “+” e “-”, ma soprattutto parentesi. Che precisano, aggiungono dettagli, danno raccomandazioni, guidano nell’acquisto: se la lista ti ricorda cosa comprare, la parentesi ti dice come comprarlo, a cosa prestare attenzione, che sia una scadenza, una marca o più probabilmente un prezzo, magari “il più economico”. Anzi, il “+” economico, per risparmiare anche sull’inchiostro.

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Punti interrogativi: l’aut aut del consumatore indeciso

L’ho già scritto in un altro post: a volte decidere cosa comprare può essere molto stressante, soprattutto quando si tratta di cibo. Bisogna mettere d’accordo i gusti di tutta la famiglia, giocare d’astuzia per non spendere troppo, fare una spesa di qualità e assicurarsi la giusta varietà di alimenti per non rischiare di portare in tavola sempre lo stesso piatto. Di fronte a questa impresa da funamboli del carrello, è normale che molti preferiscano rimandare la decisione: individuano le opzioni papabili (aut aut, o questo o quello…), giusto per circoscrivere il campo, riempiono la lista di punti interrogativi e aspettano che il supermercato li ispiri. Non c’è da stupirsi delle migliaia di offerte che strizzano l’occhio dagli scaffali: non sono il frutto di una strategia di marketing, sono mani tese verso il il consumatore confuso, il filo d’Arianna che lo aiuta a uscire indenne dal labirinto di polli e conigli, gnocchi e lasagne, bresaole e prosciutti.

 

Errori di ortografia: per cena? Un amburg con gli zuchini

L’italiano, si sa, le lingue straniere le mastica poco. Anche quando si tratta di parole molto appetitose.
Come “hamburger”, che scritto al volo su una lista della spesa può diventare un “amburg“, o “crackers”, ribattezzati “krekers” da un consumatore che, più che parlare come mangia, scrive come parla. Il palato gode lo stesso, l’ortografia un po’ meno.
La situazione non migliora se dall’inglese si passa al tedesco ed ecco che il salsicciotto più famoso d’Europa cambia pelle e si trasforma in un “wrustel“.
Ma anche le delizie nostrane nascondono insospettabili insidie linguistiche: basta un attimo di distrazione per scivolare su una fetta di speck. Anzi, di “spek“. Magari accompagnato da un paio di “crissini“.
Consoliamoci: i turisti stranieri alle prese con la spesa non sono da meno. Adorano i prodotti italiani quando si tratta di mangiarli, ma se c’è da scriverli è tutta un’altra storia.
In molti ci vanno cauti e, piuttosto che rischiare lo strafalcione (“zuchini”), la lista della spesa continuano a scriverla nella loro lingua madre: ben vengano le incursioni nella cucina italiana, quelle nell’italiano, invece, meglio evitarle. Tranne quando si tratta di vino: se c’è da pasteggiare a “Chianti “ e “Vernaccia”, anche i timidi diventano arditi e, stranamente, non fanno errori.

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