“Ci manca l’odore delle salumerie di Bologna”

La storia di Piero e Alessandra è quella di molti trentenni italiani che decidono di emigrare all’estero in cerca di un futuro migliore. Senese lui, sarda lei, bolognesi d’adozione dai tempi dell’università, 8 anni fa hanno lasciato l’Italia per trasferirsi in Inghilterra e oggi vivono a Londra, nel quartiere di Wood Green, in una casa con un piccolo giardino in cui coltivano zucche, zucchine, pomodori, erbe aromatiche, patate e ravanelli con cui placare, almeno un po’, la loro “fame d’Italia”.
Se, infatti, l’Inghilterra ha dato loro sicurezze e stabilità, una cosa gliel’ha tolta: il piacere di gustare alcune prelibatezze tipiche del loro paese, che a Londra sono introvabili o non altrettanto buone. Così, oltre alla loro vita, anche la loro spesa è radicalmente cambiata. Tra compromessi, qualche rinuncia e inaspettate new entry.

“Cosa ci manca di più dell’Italia? L’odore delle salumerie di Bologna!”
Piero e Alessandra non hanno dubbi: dopo tanti anni vissuti in una città in cui la mortadella è un’istituzione, il cordone più faticoso da tagliare, gastronomicamente parlando, è stato quello con i salumi. A cui, però, fanno compagnia tanti altri simboli del made in Italy spariti dal loro carrello.
“Ci sono prodotti – raccontano – che qui non hanno proprio idea di cosa siano: i pomodori odorosi San Marzano e i cuore di bue, i carciofi sardi, il pane di Altamura, la burrata fresca. Perfino i prodotti di marca come il prosciutto di Parma o il Parmigiano Reggiano, che si trovano comunemente nei supermercati londinesi, non sono buoni come quelli che arrivano sulle tavole italiane. E’ evidente che c’è una selezione di qualità diversa a seconda del mercato di destinazione.
E’ paradossale: quando vivevamo a Bologna il nostro budget era limitatissimo e compravamo con un’attenzione quasi maniacale ai prezzi, ora che ci potremmo permettere ciò che prima era un lusso, non possiamo perché l’offerta dei supermercati è più bassa di quella italiana”.

Che la loro credenza non avrebbe avuto vita facile, Alessandra e Piero l’hanno intuito subito. Fin dalla prima, disorientante spesa nei supermercati di Bristol, dove hanno vissuto per 3 anni prima di spostarsi a Londra.
“L’impatto – ricordano – è stato traumatico: non conoscevamo i prodotti né le marche, l’ordine sugli scaffali era incomprensibile e la selezione bizzarra: non ci capacitavamo di vedere intere corsie piene di snack, patatine e cibi pronti da scaldare al microonde, mentre di pelati ce n’erano quattro barattoli relegati in un angolo nascosto. Fare la spesa ci richiedeva tantissimo tempo perché non riuscivamo a trovare quello che stavamo cercando. Solo grazie a Wikipedia, per esempio, abbiamo capito che la semola di grano duro nei supermarket inglesi si chiama “semolina”. Anche scovare la pasta non è stato facile: la vendevano in pacchi da 5 kg, quindi credevamo fosse quella per cani!”

londra-ciboIl trasferimento a Londra ha reso l’impresa un po’ meno titanica e ampliato il ventaglio delle possibilità. Il resto lo ha fatto l’esperienza: dopo anni di tentativi e assaggi, Piero e Alessandra hanno tracciato la loro mappa del gusto e della qualità e, oggi, la loro spesa segue rotte diverse, a seconda del prodotto che vogliono comprare.
“La pasta – raccontano – la troviamo senza difficoltà: prezzo e qualità sono pari a quelli del supermercato italiano e anche l’assortimento è buono”.
Per continuare a gustare un buon caffè, invece, hanno dovuto sganciarsi dalla grande distribuzione. “E’ uno dei pochi prodotti che compriamo online. Prendiamo il 100% arabica in grani da macinare che non si trova nei supermarket. Se proprio dobbiamo rinunciare al caffè del bar, almeno ce lo prepariamo buono a casa!”
Anche vini e formaggi hanno richiesto qualche compromesso. “Ci siamo dovuti adattare – dicono con rammarico –: il parmigiano non manca mai, ma non è buono come in Italia, invece ricotta, gorgonzola e mozzarella sono mediocri. Molto meglio i formaggi inglesi o francesi. Quanto ai vini, nei supermercati la scelta di produzioni italiane è limitata e, non si capisce perché, il vino più comune è il pinot grigio, che quando vivevamo in Italia non sapevamo neanche che esistesse!
Anche l’olio extravergine di oliva che portano in tavola non è più quello di una volta: “Ci siamo dovuti scordare dell’ “olio bono” di Montalcino che ci regalava la mamma di Piero – spiega Alessandra – e ora compriamo l’extravergine Italiano della grande distribuzione… è dura, ma bisogna pur sopravvivere!”
La situazione non migliora con i salumi: “Al banco gastronomia del supermercato – raccontano – gli insaccati hanno un colore improbabile, talvolta sono esposti già affettati su un piatto coperto dalla pellicola trasparente ed è faticoso far capire al personale che la mortadella non deve avere lo stesso spessore delle bistecche! Vedere le commesse maldestre alle prese con l’affettatrice è un po’ come assistere a una decapitazione in diretta: un supplizio!”
Ma il vero dramma è il reparto ortofrutta, in cui broccoli e cavolfiori abbondano tutto l’anno, anche in piena estate. “Col tempo – spiegano – abbiamo imparato a riconoscere ed evitare i pomodori col sapore di patate crude o le arance bellissime ma completamente prive di succo. Per fortuna non tutto è orribile: le fragole inglesi, che arrivano solo nella stagione giusta, possono essere migliori di quelle che compravamo in Italia e negli ultimi due anni, in inverno, è diventato comune trovare il cavolo nero toscano, probabilmente da coltivazione inglese. Inutile dire che ne siamo ghiotti e che ogni volta riempiamo il carrello!”

credenze-migranti-lista-spesa-piero-e-alessandraA salvarli, da quando vivono nel quartiere più multiculturale di Londra, sono stati i minimarket turchi: “Offrono prodotti dal sud-est Europa e hanno un buon banco di frutta e verdura, che arrivano in gran varietà, a seconda della stagione e dei rispettivi luoghi di provenienza, a prezzi ottimi. Ci manca un po’ ciò che trovavamo in Italia, ovviamente, ma abbiamo scoperto prodotti nuovi o che in Italia sono meno comuni nei mercati: i fichi d’india, le noci di cocco, le nespole, i mango, i peperoni rossi lunghi dolci, i finocchietti selvatici oppure i ravanelli lunghi e piccanti, che ormai non si trovano più neanche in Sardegna!”
Queste e altre new entry sono ormai diventate un must nel loro carrello di oggi, più povero di delizie italiane ma, in compenso, sempre più ricco di tipicità inglesi e dal mondo: “Compriamo prodotti che prima non avremmo mai considerato, come il porridge, i semi di sesamo per l’insalata e le barbabietole fresche con le foglie. Dalla cucina greca abbiamo introdotto le olive grosse, lo yogurt compatto e il basilico con foglie piccole profumatissime, da quella bulgara la ljutenica. Piero – aggiunge Alessandra – ha iniziato a fare l’hummus in casa con ceci e tahina e insieme abbiamo iniziato a sperimentare il green curry tailandese”.

Se in Italia il prezzo era sovrano, il risparmio una necessità e le decisioni di acquisto molto basilari, con rarissime concessioni alla gola, ora che il loro tenore di vita è più alto Piero e Alessandra possono concedersi qualche vizio in più e il piacere di assaporare la varietà di gusti che offre il loro quartiere. E che compensa, almeno un po’, la mancanza di ciò che c’era sulla loro tavola italiana e che adesso non c’è più, o c’è in una forma un po’ meno appagante per gli occhi e per il palato.

credenze-migranti-lista-della-spesa-piero-alessandraDi tutti questi cambiamenti è testimone la loro lista della spesa. Che continuano a scrivere in italiano, fatta eccezione per i prodotti, dai nomi intraducibili, che hanno conosciuto a Londra e che scrivono in lingua originale: inglese, turco, perfino iraniano e bulgaro. Simboli di una vita in cui il legame tra passato e presente, tra radici e nuovi orizzonti, si respira anche nella loro credenza: che odora di caffè, olio di sesamo e fiocchi d’avena.

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