Food for thought

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Questa lista della spesa, sono sincera, mi ha emozionata. Vedere un “libro Garzanti dei verbi” fare capolino tra latte, limoni e arance, oltre a evocare lontani ricordi di scuola, mi ha ridato fiducia nel genere umano. Non di soli hamburger, patatine e reality show vive l’uomo. D’istinto mi è venuta in mente un’espressione inglese che mi piace molto.
E’ “Food for thought”. Letteralmente, “nutrimento per la mente”. Significa spunto di riflessione, argomento che vale la pena approfondire perché, chissà, potrebbe scatenare nuove idee, dare la spinta a un progetto dormiente, farti frullare in testa qualche pensiero che, altrimenti, non avresti avuto. Mi piace questo accostamento tra un elemento che più materiale non si può, come il cibo, e quanto di più intangibile e inconoscibile l’uomo possiede: la mente, il pensiero. Sono due entità così diverse, eppure legatissime l’una all’altra. Banalmente: non c’è energia creativa, non ci sono idee, non c’è fantasia in una pancia vuota. Non nella mia, almeno. Il cibo nutre la mente tanto quanto nutre il corpo. E, ad un livello più astratto, può essere lui stesso fonte di ispirazione e spunto di riflessione, generando idee e dando il “la” a progetti (questo blog, per esempio) che altrimenti non ci sarebbero stati. “Food for thought”, appunto.

Siccome sono curiosa ho fatto una ricerca sul web e, digitando “Food for thought”, ho scoperto che, oltre che un ristorante vegetariano a Londra, è anche il titolo di un brano della band reggae inglese UB40. Una canzone che fu scritta nel Natale del 1979 per sensibilizzare l’opinione pubblica ‎occidentale sul dramma della fame in Etiopia.‎ ‎ Non conoscevo questa band, ma mi è piaciuta la scelta di usare un’espressione idiomatica che gioca con la parola “cibo” come titolo di una canzone che denuncia, e vuole stimolare un dibattito, sull’iniqua distribuzione del cibo nel mondo. Quel brano è davvero cibo per la mente, perché ascoltandolo non si può non riflettere sul fatto che – ancora oggi come negli anni ’70 – la maggior parte della popolazione mondiale muore di fame. E mi ha scatenato una considerazione: al di là delle metafore, il cibo è effettivamente un’arma per scuotere le coscienze e risvegliare le menti più sopite. Come la cultura. Come il sapere. Forse non è un caso se nella mia lista, insieme a limoni e arance, c’è un dizionario, simbolo per eccellenza di conoscenza.

I popoli si rivoltano quando non hanno cibo e il cibo è uno dei principali diritti in nome e in difesa del quale combattono. Gli assalti ai forni come gesto estremo con cui opporsi all’aumento del prezzo del pane – da quelli milanesi raccontati da Manzoni ne “I promessi sposi” a quelli di Roma nel 1944, al tempo dell’occupazione nazista – ne sono uno dei tanti esempi. Di quest’ultimo episodio racconta, tra gli altri, il blog “Polvere da sparo”: 10 donne morirono, vittime della violenza nazi-fascista, durante l’irruzione ad un mulino all’Ostiense, al Ponte di Ferro. Una di loro si chiamava Caterina Martinelli. “Cade sul selciato – si legge sul blog – con sei sfilatini nella borsa della spesa, una pagnotta stretta al petto, in braccio una bambina ancora lattante”. Il perché lo ricorda la lapide ancora oggi visibile sulla facciata di una casa in via del Badile 16: “Io non volevo che un po’ di pane per i miei bambini, non potevo sentirli piangere tutti e sei insieme”. Sì, il cibo è un’arma potentissima di ribellione, cambiamento, presa di coscienza. Lo è stato per Caterina, che è morta con una borsa della spesa in mano per difendere il diritto dei suoi figli ad avere almeno un pezzo di pane. Forse l’espressione “Food for thought” nasce da questa amara consapevolezza.

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